Senza Westworld non è vita

        
                

dr-ford-westworld

Westworld è la serie tv HBO che fa parte di quella categoria dei serial che si guardano fino alla fine solo per capire che cosa tu stia effettivamente guardando. O anche di quelli che, leggendo la trama per la prima volta, dici: «Niente da fare, che è ‘sta boiata?». E poi chiedi scusa al dio delle serie tv.

Le prime 10 puntate le ho seguite così:

  1. Visione episodio.
  2. Lettura delle più assurde teorie sulla trama su Reddit, dove il popolo del web la sa veramente lunga.
  3. Podcast dedicato.
  4. Caccia a dettagli e easter eggs.
  5. Repeat.

E, a serie finita, un ripasso dei monologhi da pelle d’oca di tale Anthony Hopkins. Tipo:

The self is a kind of fiction, for hosts and humans alike. It’s a story we tell ourselves. […] There is no threshold that makes us greater than the sum of our parts, no inflection point at which we become fully alive. We can’t define consciousness because consciousness does not exist. Humans fancy that there’s something special about the way we perceive the world, and yet we live in loops as tight and as closed as the hosts do, seldom questioning our choices, content, for the most part, to be told what to do next. No, my friend, you’re not missing anything at all.

Anthony Hopkins as Dr. Robert Ford - Westworld s01e08

(Amen)

          

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Robert Allen Zimmerman

        
                

Bob-Dylan-Nobel-2016

For having created new poetic expressions within the great American song tradition.

          

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Nizza, quelli con le mani alzate siamo noi

        
                

Jean-Pierre Amet Reuters

Presi alla sprovvista, vulnerabili in casa nostra, bisognosi come mai di qualcuno che ci guardi le spalle. Come in questa foto di Jean-Pierre Amet, scattata a Nizza la scorsa notte.

Quei ragazzi con le mani alzate a Nizza siamo noi. Non è un segno di resa, ma il nostro modo di dire chiaro e forte, anche nell’estremo caos, che i buoni siamo noi. Anche se per una notte abbiamo dovuto voltare le spalle e cercare un rifugio.

I buoni siamo noi. Continuiamo ad affermarlo scendendo in strada, sparando fuochi d’artificio nelle sere d’estate, cantando a squarciagola ai concerti, uscendo invece di chiuderci in casa o dietro labili confini che non saranno mai impenetrabili.

I buoni siamo noi, contiamoci, separiamoci dal male, puntiamo il dito contro chi non sta dalla parte di chi vive. Ieri alzavamo le mani, oggi piangiamo i nostri angeli, da domani torneremo in strada e smetteremo di voltare le spalle a ciò che adesso ci fa paura.

          

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The light of day

        
                

Mr-Robot-s02

Maybe after wiping away the thick, grimy film of Facebook friend requests and Vine stars, we can all see the light of day.

  • Mr Robot S02E01, eps2.0_unm4sk-pt1.tc
          

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Chef’s Table, il classificone della 2a serie

        
                

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Chef’s table è la pazzesca serie di documentari di David Gelb che racconta i migliori cuochi del mondo. È su Netflix. Se la prima serie era già abbastanza speciale (c’era anche Massimo Bottura, che in questi giorni è diventato una specie di numero uno al mondo), la seconda ha accentuato ancora di più i punti forti dello show: estetica foodporn e grandi storie personali degli chef protagonisti. Ogni stagione 6 episodi, questa è, senza tante parole, la mia discutibile classifica dal migliore al peggiore.

1. Dominique Crenn di Atelier Crenn, San Francisco, Usa.

draw Ragazza francese, adottata, dolcissima, misteriosa, apparentemente con una vita solo per il suo ristorante, anzi ristoranti (ha anche un bistrot, Petit Crenn). Serve menù presentati come poesie, prima donna a prendere due stelle Michelin. Nel documentario si dilunga sul padre che non c’è più, le telecamere la seguono in Francia, ci sono continuamente foto di lei da piccola. Poi tutto si connette: ogni foto sembra spiegare ognuno dei suoi piatti. Merita, e poi gli altri sotto hanno già avuto le loro soddisfazioni.

Best quote: «It’s not about us creating dishes. It’s about connecting everything, from the start to the finish».

Best dish: Non importa, come dice lei. Ma l’Honey apiary non sembra male.

2. Grant Achatz di Alinea, Chicago, Usa.

draw Lui è il vero numero uno della serie. Molto chef, moltissimo artista. Cucina genere “oltre”: ti fa mangiare su cuscini che liberano profumo di noce moscata, oppure serve palloncini di zucchero. Storia pazzesca: gli diagnosticano un tumore alla bocca, lo danno per spacciato, trova quasi per caso una cura sperimentale, cucina avendo perso il senso del gusto per mesi, poi lo ritrova. Nel frattempo chiede al suo executive chef, Mike Bagale, di realizzare un palloncino alimentare. Lui ce la fa.

Best quote: «All chefs want to be known for using a knife. Cutting, creating, sautéing… doing all of that. But maybe that’s not the most important thing. Maybe the most important thing is taking the idea, that little nugget, and handing it to someone else. And the next thing you know, someone is holding a balloon».

Best dish: Tropical fruit with rum, vanilla, kaffir lime. Ovviamente servito direttamente sul tavolo. I tipi di Chef’s Table ne hanno fatto l’immagine di copertina della serie.

3. Alex Atala, D. O. M., San Paolo, Brasile.

draw Lui è diventato una star davvero. Di questi primi tre, è forse quello da cui mangerei più volentieri. Ex punk, diventa il messia della nuova cucina brasiliana, usando solo ingredienti locali. Il documentario inizia con un suo sogno, fatto una sera dopo che aveva preso troppi acidi (vedi frase sotto). Al 7° minuto sgozza un gallo come se stesse sbucciando una banana. Al 13° copre d’oro una formica amazzonica. Al 15 si fa una cucchiaiata di salsa di formiche che sanno di lemongrass. Al 26° squama con un coltello di mezzo metro un enorme pesce Pirarcu. Al 36, tra una lezione sulla tapioca e i suoi derivati, si fa pure un match di judo contro un malcapitato e un bagno nudo e tatuato in acque amazzoniche. Si fa due cuori di palma abbattendosi da solo l’alberello. Gran finale sulla storia dei suoi tatuaggi (mica pochi).

Best dish: The Amazonic Ant. Ma anche il Pirarcu con farina di manioca, tucupi e tapioca.

Best quote: «A plant has a circle. A seed becomes a plant that has a flower, it transforms into a fruit. The fruit drops. There’s another seed… and the seed grows again. This is a circle. And I said: “I see. I understand. But why did you show me the flower?”. And he said: “The flower is the moment that we live, the most beautiful moment of the circle. The most beautiful moment. Contemplate this”».

4. Gaggan Anand, Gaggan, Bangkok, Thailandia

Indiano che trova fortuna in Thailandia. Decide di fare cucina prog indiana, s’indebita, perde un fratello, va a studiare al Bulli, ma alla fine ce la fa.

5. Enrique Olvera, Pujol, Città del Messico, Messico.

Praticamente il re della tortilla sofisticata. Anche lui ha un debole per le formiche, che usa per una salsa in cui stufa del mais.

6. Ana Ros, Hiša Franko, Kobarid, Slovenia.

Talentuosa chef, in piccolo paese di piccolo Paese. Delicata, acuta, sofisticata. Unica pecca: meriterebbe una stella Michelin, ma in Slovenia non ne danno (ma sarà vero?). Marito sommelier che appare un po’ saccente.

          

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