The age of the Upgrade

        
                

We live in the Age of the Upgrade, and the generation raised on the Internet is the most fickle of brand champions: it loves something passionately, until it doesn’t. Then it moves on.

          

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Lascialo stare, sta chattando con il giornale

        
                

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Stamattina, mentre magari qualcuno guardava il suo giornale con una vignetta di Giannelli, una delle app che uso per ricevere informazioni sull’iPhone mi ha mandato una gif animata di Bernie Sanders in versione Mad Max.

L’app è quella di Quartz, cioè uno degli esperimenti più innovativi visti fin qui. Quando si parla di news ai tempi del mobile più o meno tutti dicono che non bisogna aspettare che i lettori vangano da noi a cercare le notizie, ma siamo noi che dobbiamo dargliele. Ecco, quelli di Quartz hanno praticamente creato un mix tra un Siri che non parla, un bot come quello di github e l’apertura di Altri Mondi della Gazzetta. In un ambiente che più che somigliare a un “giornale”, è un universo alternativo di WhatsApp.

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Non che un sistema del genere (che tra l’altro è adattissimo al native advertising) non possa risultare nel breve periodo sbagliato o comunque inefficace: qualche giusta perplessità l’ha espressa Philip Di Salvo. Però, oh, guardate che l’innovazione passa anche per tentativi come questo. E la chattizzazione è una costante di questa fase delle nostre vite. Fallirà, magari, ma questi sono progetti che in qualche modo dentro hanno qualcosa di giusto: quel qualcosa che a livello di effetto wow fa sembrare dinosauri i ca**o di colonnini morbosi e le partnership con Buzzfeed.

Avremo veramente voglia di conoscere le news chattando con un giornalista che sembra un bot che è un giornalista travestito da librogame a base di emoticons?

Mah, why not? In fondo, millennials o no, siamo tutti figli di Alan Turing.

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Sì, Sense8 è la serie tv da vedere

        
                

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Avvertenza. È da un po’ che dovevo scrivere questo post, ma non sapevo come e quando. È tutto uno SPOILER state pure lontani: in fondo a ottobre arriva Netflix in Italia e non potete mica giocarvi così una delle serie migliori del bouquet. Se invece avete visto Sense8 - don’t ask, don’t tell - e non ne avete avuto abbastanza, potete andare avanti.


Sense8 è la Caitlyn Jenner delle serie tv. Nella mia testa l’atleta americano che a giugno è rinato donna sulla copertina di Vanity Fair Usa e i 12 episodi prodotti dai fratelli Wachowski per Netflix sono due manifestazioni di un grande Zeitgeist supergay. Sublimato, il 26 giugno, con la sentenza della Corte suprema americana che ha riconosciuto una volta per tutte i matrimoni tra le persone dello stesso sesso.

Sense8 è una di quelle serie tv figlie di Lost. O, detto in altri termini, di quelle che continui a guardare per capire quanto ti abbiano fregato gli autori (hint: molto). Nel frattempo, mentre ti fai un’idea tua della trama, un numero esagerato di personaggi entra ed esce di scena, fa casino, si confonde, si contraddice, scompare, invoca Jean Claude Van Damme, mena, si droga, finisce in Islanda, incontra un Marcellus Wallace africano ma senza lo Storpio, dice qualche frase che suona bene per far fare traffico a BuzzFeed o per risolvervi una slide motivazionale. Sulle frasi ritorno più avanti.

###Quando Andy va a fare una telefonata

Ma soprattutto c’è questo grande disegno, una specie di ordine divino che lega le anime delle persone che io, senza saperne nulla, immagino sia figlio di Andy Wachowski (il signore qui sotto, fotografato da Jason) e che subdolamente penso sia la stessa pappa che i due registoni ci rifilano dai tempi di Cloud Atlas.

E poi c’è una serie di dildo colorati e umidicci, trans che volano giù dalle moto durante il Pride, c’è Hernando che dice “cock”, c’è soprattutto Lito (la serie intera, IMHO è Lito), Lito con le pistole, Lito con un’erezione, Lito con un carzino e una ciavatta (true story). E poi c’è S01E06, che è un po’ l’equivalente delle Nozze rosse del Trono di Spade, ma con un’orgia gay al posto dei coltelli dei bastardi Frey. Ecco, tutto questo, nella mia testa primitiva si spiega solo con Andy Wachowski che fa una telefonata, o va in bagno, e Lana Wachowski - che una decina di anni fa in fondo era un uomo che si chiamava Larry - che prende il sopravvento sullo script. E vabbè. Ecco Lana, onore a te.

Per correttezza va detto che i due fratelli han fatto tutto insieme a J. Michael Straczynski, che ha una bella bio su Wikipedia e non aggiungo altro, se non una parola, anzi due: fumetti e usenet.

###Dialoghi che spaccano

Ci sono dei gran passaggi nel copione. A volte roba genere “Nichi ma che stai a di’?”, a volte quote che ricordano il migliore Matrix (l’Oracolo, l’Architetto, Morpheus, insomma quelli lì…). Ne incollo qui alcuni.

Jonas:

Angelica didn’t believe in fault. She said it was the present understood by people looking backward. We have to look forward. If we don’t, we won’t survive.

Il grande monologo di Nomi:

Their violence was petty and ignorant, but ultimately, it was true to who they were. The real violence the violence that I realized was unforgivable is the violence that we do to ourselves, when we’re too afraid to be who we really are.

E ancora, quello che chiameremo il suocero indiano:

You know, I don’t believe in gods and miracles. Our fates are governed by the choices that we make. Others, of course, will argue that luck, good or bad, is a factor, but I disagree. Luck can only offer an opportunity. But without the will to make the right choice, luck would be as meaningless as… as that elephant-headed god.

E, infine, quello che è un po’ il “Winter is coming” di Sense8:

In the end, we’ll all be judged by the courage of our hearts.

Amen. (Fade to Lito).

          

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Classic Mistake

        
                

Raju Narisetti, svp of strategy at News Corp.

If you’re going to base your entire business on advertising, we all know how the story ends. Growth in digital audience does not equal growth in revenue. That was a classic mistake in digital we all made: thinking we could grow the audience significantly, and somewhere along the way we’ll make more money digitally than we make in print. That has turned out to be completely not true.

Il podcast completo è su Digiday.

          

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